ROMANZI 2.0

19 gennaio 2011

GITA AL FARO, di Virginia Woolf

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — Roberto Ferraris @ 09:36
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Gita al faro è stato scritto da Virginia Woolf ed è stato pubblicato nel 1927.

Sicuramente inizierei a fare la recensione in questo modo, ma questa volta … invece è diverso, poiché mi è parso abbastanza noioso e soprattutto, mi sento in dovere di riferire ( con molta vergogna inscrivibile), che non sono stata capace di seguire il filo del racconto nel capitolo iniziale, ma posso dire in mia discolpa che non per questo ho lasciato stare. Anzi dirò che mi è successo qualcosa di curioso, ossia che continuando a leggere questo romanzo, prima che me ne rendessi conto, mi aveva già catturato!

Riguardo al romanzo posso dire che ha ragione  Vanessa nella sua recensione, perché anche a me è parso che la signora Ramsay non fosse semplicemente un personaggio per adornare la narrazione, ma bensì era una dei pochi che sicuramente ci doveva accompagnare lungo il racconto, e che con la sua presenza, rivelataci nel secondo capitolo, noi come lettori notiamo che qualcosa cambia nell’atmosfera in cui vari personaggi sono travolti, oltre alla prima guerra mondiale che sicuramente ha contribuito allo stato d’animo che gli stessi personaggi ci mostrano.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

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18 gennaio 2011

LE CITTA’ INVISIBILI, di Italo Calvino

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 09:08
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Romanzo particolare in quanto la sua struttura narrativa si presenta come una serie di storielle che vengono riprese una per volta nel corso della lettura. Questa sua caratteristica è un elemento che attrae il lettore oltre alla narrazione. Forse all’inizio non si capisce bene, ma continuando a leggerlo, o meglio, continuando a seguire le descrizioni che fa Marco Polo a Kublai Kan (imperatore dei Tartari), riusciamo a giungere a una conclusione: noi stiamo seguendo un percorso in cui siamo costretti poiché non siamo sicuri di quello che potrebbe succedere più avanti senza essere guidati da Marco Polo. All’interno della narrazione, anche se è divisa in paragrafi, succede di perdersi in tutte quelle città che il protagonista descrive, ma poi riusciamo a trovare l’uscita, in mezzo a tutte quelle città a cui vengono attribuite una serie di nomi femminili. Inoltre, queste città che il protagonista descrive e di cui con il tempo impara la lingua, fanno riferimento a città moderne, come San Francisco, Nuova York (IX capitolo).

E’ interessante sapere che il libro è nato un pezzetto per volta, come se fosse una poesia, in cui Italo Calvino seguitava a mettere su carta le sue ispirazioni. Le città che Calvino ci descrive nel corso del racconto sono una serie di città immaginarie di cui volta per volta ha continuato a scrivere e che, come dice nella presentazione del libro, alcune volte erano molto allegre e altre molto tristi. In conclusione Calvino descrive il suo libro più come una specie di diario in cui vengono descritte le sue riflessioni e i suoi umori.

Suggerimenti: leggere con molto cautela. Si corre il rischio di perdersi tra scale a chiocciola e stradine.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

17 gennaio 2011

LA CITTA’ E I CANI, di Mario Vargas Llosa

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 22:31
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“La ciudad y los perros” è un romanzo scritto da Mario Vargas Llosa, che è uno scrittore peruviano. È ambientato in una scuola militare chiamata Leoncio Prado, a Lima;  vengono descritti vari avvenimenti che accadono al suo interno e soprattutto tra i ragazzi. All’interno della scuola si viene a scoprire che la vita che fanno gli allievi è molto dura, soprattutto per quelli che sono appena entrati e che fanno parte del gruppo cosi denominato, “Perros”, ovvero cani.

I protagonisti sono Alberto e il Jaguar, i quali man mano nel romanzo ci mostrano ciò che accadde all’interno della scuola e ci descrivono la loro vita come era prima di entrare a far parte della scuola militare, e questo ultimo viene raccontato in spezzoni che interrompono il flusso scorrevole della storia. Come si può immaginare, la scuola militare ha come base la disciplina militare, e in questa scuola possono entrare anche i figli di famiglie meno agiate o inferiori, per merito, nonchè le famiglie che decidono, e che comunque, hanno una possibilità economica stabile per far entrare i loro figli che sono ribelli o che prima studiavano in una scuola di Preti, o che erano difficili da controllare; questi  ragazzi alla fin fine vengono a scoprire la dura realtà della scuola poiché si ritrovano di fronte a una specie di gerarchia che negli anni è andata a stabilirsi e che ora i nuovi arrivati devono subire.

Il romanzo è molto interessante, a  mio parere di  più verso la fine, poiché succede un fatto che sconvolgerà la narrazione e soprattutto i personaggi, che cercheranno di capire come sia accaduto quel fatto ma che alla fine verrà occultato poiché di mezzo ci va l’onore della scuola militare Leoncio Prado.

Elizabeth Rodriguez Altamirano



14 gennaio 2011

IL PROCESSO, di Franz Kafka

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 17:46
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Il Processo è un romanzo scritto da Franz Kafka che fu pubblicato nel 1925, dopo la sua morte.
Di questo romanzo ho potuto notare come la narrazione assomigli più a una tragedia, tanto da farmi rammentare la famosa opera di Shakespeare “Romeo & Giulietta” che, come sappiamo, è la morte di due anime innocenti che cercarono di vivere la loro storia d’amore. E anche il nostro protagonista Joseph K. farà la stessa fine, con tutt’altra storia.
La narrazione inizia e finisce male, in quanto Joseph non sarà un eroe che avrà una bella fine come per alcuni romanzi, ma anzi dovrà cercare in tutti i modi di salvarsi dalla sentenza che il tribunale potrebbe prendere da un momento all’altro.Il brutto è proprio sapere che il nostro Joseph, che con il passare del tempo abbiamo seguito in tutta la sua storia e a cui ci siamo affezionati, venga proprio a morire quella sera stessa del suo trentunesimo compleanno, e soprattutto non venire a conoscenza di quale sia stato il motivo.
Chi ha seguito la narrazione può aver notato come l’atmosfera in cui ci aggiravamo insieme al protagonista fosse cupa, tenebrosa, per cui il nostro amico andava pian piano inoltrandosi; tutto ciò però cambia solo alla fine, perché come scrisse il traduttore Primo Levi, “ paradossalmente, ma significativamente, il cielo è sereno solo nella spietata scena finale dell’esecuzione”.
E per finire, un informazione importante: questo romanzo è stato come una premonizione dell’Olocausto, perché come al nostro protagonista, si sono successivamente presentate nel corso della storia scene a cui forse noi preferibilmente non vorremmo ripensare, ma che dobbiamo ricordare, perché bisogna dire che anche gli ebrei hanno subito tali ingiustizie da parte della società anch’essi senza sapere il motivo.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

13 gennaio 2011

SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE, di Italo Calvino

Nel 1979 venne pubblicato il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, scritto da Italo Calvino. Sì, proprio così, lo avete riconosciuto: è lo stesso che ha scritto il divertentissimo romanzo Le Cosmicomiche.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è un romanzo che a differenza d’altri romanzi si svolge in maniera molto particolare in quanto la sua struttura è costruita in modo che ci sia l’inizio di vari romanzi e l’interruzione, che dovrebbe essere la continuazione del vero racconto; Ossia è come se il protagonista, che potremmo essere anche noi lettori, aprissimo un libro all’interno del libro stesso e ci sentissimo parte del racconto, come si fa nel momento stesso in cui si legge questo romanzo. Ed proprio questa sua particolarità che lo rende molto interessante: i lettori vengono travolti in un emozionante avventura alla ricerca del vero titolo dei vari testi, che il protagonista cerca.

Il problema riguardante la ricerca dei titoli sorge quando dalla casa editrice si verificano dei pasticci , che però … non lo scrivo perché toglierebbe la curiosità a voi che deciderete di leggerlo. Comunque il romanzo coinvolge già dal primo capitolo, dalla prima frase, dalla prima parola; tanto che pensi che tu sia veramente il protagonista; ma non è così…. perché il vero protagonista è il lettore che fa parte della narrazione, e  senza di lui non si potrebbe andare avanti.

Inoltre in questo romanzo lo scrittore fa conoscere al lettore una lettrice, Ludmilla, la quale lo sposerà, e nella parte centrale del romanzo è presente una particolarità, ovvero c’è il cambio dei due personaggi: in tal modo noi che leggiamo non facciamo più parte del lettore del libro ma entriamo nello spazio destinato alla lettrice.

Quale sia la fine?… Alla fine  si scopre se veramente in una storia ci debba essere un principio o una fine.
Ma no…. la fine è diversa, e per questo io vi darò l’anticipo:
“ Spegni anche tu. Non sei stanco di leggere?”
“ E tu: Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Italo Calvino.”

Elizabeth Rodriguez Altamirano

12 gennaio 2011

LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 10:16
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Il libro narra la storia di un uomo, Zeno Cosini, che si rivolge a uno psicanalista, il Dottor S., per risolvere un problema che lui crede di avere. Ma a metà della terapia egli decide di interromperla, e a causa di questo il Dottor S. decide di vendicarsi pubblicando un libro in cui vengono descritti i problemi del suo paziente, che potrebbe ricevere la metà del ricavato se solo lui decidesse di continuare la terapia.
La vita di Zeno viene presentata nel libro in paragrafi, cominciando con il fumo, la morte del padre, la storia del suo matrimonio, la moglie e l’amante, la storia di un’associazione commerciale, e per finire con la psico-analisi, che si collega con la prefazione e con il preambolo.
Le varie vicende della vita di Zeno vengono raccontate in prima persona, e non sembra chiaro il motivo per cui la sua malattia abbia avuto inizio, ma continuando a leggere egli stesso dice che la sua malattia sia più un fatto psicologico, nata nella sua testa. E questo viene esplicitato nella parte finale del libro perchè Zeno, lasciando la terapia, dimostra che questa non ci può portare alla soluzione di tutti i nostri problemi raccontandoli a una persona che non sa cosa uno sta provando, ma piuttosto che analizzando noi la nostra situazione possiamo arrivare all’origine dei nostri problemi. Infatti egli dice: “A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite.”
Il libro è concentrato sull’autobiografia e sul racconto che il protagonista descrive e che è commentata dal dottore nella prefazione, spiegandoci il motivo per cui il libro è stato pubblicato, e facendoci inoltrare nei ricordi di Zeno che inizia raccontando il suo problema con il fumo, e così via con le altre vicende, in cui le bugie diventano più frequenti per coprire i gesti buoni e soprattutto quelli cattivi che commette lungo il percorso della sua vita.

Italo Svevo ha scritto testi teatrali e tanti romanzi; il suo vero nome è Aron Hector Schmitz, figlio di un commerciante di vetrami, Franz Schmitz, che sposa un italiana.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

9 gennaio 2010

UNO, NESSUNO E CENTOMILA, di Luigi Pirandello

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 17:10
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“Uno, nessuno e centomila” è stato scritto da Luigi Pirandello, prima come romanzo a puntate in una rivista e in seguito come volume. Il romanzo fu iniziato nel 1909 e uscì nel 1926.

“Uno, nessuno e centomila” non è un romanzo d’amore o d’avventura, ma è un romanzo che ci mostra  come noi ci consideriamo internamente, e che per altre persone siamo diversi da come ci crediamo di essere. E’ come se l’uomo venisse diviso in tanti piccole parti, in modo da poter cercare la nostra vera essenza, ciò che ci rende unici rispetto agli altri.

Il titolo del romanzo non viene messo a caso, ma ha un significato (cosa che non avevo capito): “Uno” significa che il protagonista, Vitangelo, considera che la sua persona è vista dagli altri nello stesso modo come lui si vede; “Nessuno” quando si rende conto che tutto ciò che egli credeva in verità non è niente, nulla; mentre “Centomila” indica le diverse forme di come gli amici e la moglie Dida lo vedono.

Tutto comincia quando a Vitangelo Moscarda, chiamato dalla moglie Gengè, viene rivelato un suo difetto fisico. Questo fatto non passerà in secondo piano, ma anzì porterà il nostro protagonista a scoprire che anche i suoi amici lo considerano e lo vedono in centomila modi diversi da quello che lui ha di sè. Nel tentativo di distruggere i centomila preconcetti che hanno le persone di lui, egli viene preso per pazzo, perchè la gente non vuole accettare che il mondo sia diverso da come se lo immagina. Così Vitangelo intraprende l’idea di voler cambiare le opinioni che hanno i suoi amici e la moglie di lui, e allo stesso tempo scopre che tutto ciò che potrebbe aiutarlo è cercare la vera essenza, il vero se stesso. Ciò lo porterà alla pazzia, che però lo condurrà a una vita libera, spensierata, fatta senza quelle regole che sempre un uomo tiene in considerazione; in poche parole è come se fosse rinato, vedendo il mondo frenetico con occhi nuovi. Tipo uno spettatore che vede il tempo scorrere senza mai fermarsi e il mondo sempre in continua evoluzione, che per viverlo bisogna vivere attimo per attimo, cosa che Vitangelo fa, a dispetto delle persone che non hanno mai tempo per fermarsi ad osserervare ciò che cambia attorno a loro.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

PADRI E FIGLI, di Ivan S. Turgenev

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 13:52
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Il romanzo è stato scritto nel 1861 ed esce nel 1862 da Ivan Turgenev, nato il 28 Ottobre del 1818 in Russia e morto il 23 Agosto del 1883 di malattia.

Questo romanzo di enorme successo e critica, ha riscontrato una serie di idee contrapposte tra liberali e radicali che sostengono di essere rappresentati in questo romanzo.

La storia è ambientata nella campagna russa, che è teatro di nuovi movimenti di idee che i “figli” proponevano ai “padri”, i quali erano conservatori e in parte impauriti della nuova idea che i propri figli seguivano con molta forza. A parte questo, il romanzo presenta come il nichilismo, caratterizzato da Bazarov, giovane eroe che non aveva un chiaro progetto per il futuro, viene contrapposto dall’amore che umilia le teorie nichiliste e priva le forze a codesto personaggio.

Un romanzo pieno di fatti possibilmente realistici, come quando Turgenev segna la data 1859, che nella realtà era la data in cui i servi della gleba vengono emancipati. I paesaggi circondano i personaggi, i quali, attraverso la tecnica del discorso indiretto, si definiscono il carattere e il ruolo sociale di ognuno.

L’impressione che ho avuto di questo libro è che all’ inizio non sapevo,, o meglio non ero sicura, se il personaggio Bazarov fosse il mio personaggio preferito, ma per fortuna ho capito, un po’ verso la fine, che pian piano, a parte il suo modo di essere, era diventato ciò che cercavo da questo libro. Voglio dire che prima pensavo che non avrei trovato qualcosa che mi facesse continuare a leggere, e che continuando sarebbe peggiorato. Sono comunque molto contenta che questo libro, come gli altri che ho letto, siano entrati a far parte dei tanti libri che ora conosco.

Durante la lettura, spero di non essere esagerata, poiché mi è venuto da piangere quando Bazarov viene infettato da una malattia molto contagiosa e vive i suoi pochi giorni di lucidità con la speranza di rivedere di nuovo la Odincova, che sarà l’ultima persona che lo avrà visto e lo avrà lasciato nel suo lungo sogno.

Per il resto mi è piaciuto in particolar modo e ho trovato molto simpatico l’incognito della città durante la lettura; per finire riguardo all’atto che il personaggio di Arkadij compie con la scelta del nome di suo figlio, lo si comprende perché ad esempio oggi ci sono giovani che si vestono seguendo la moda attuale, quali stili hip hop, dark e altri ancora, ma che crescendo la lasciano perché era un momento passeggero della loro età, e poi perché vestiti in quel modo non si può trovare lavoro. Mettendo in confronto questo esempio e con ciò che Arkadij ha fatto, si capisce che egli ha voluto dare una svolta nella sua vita, diversa da quello che aveva intrapreso quando era un giovane scapolo; poi perché l’ultima volta che si erano lasciati ognuno era andato verso il proprio cammino…

Elizabeth Rodriguez Altamirano

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO, di Jane Austen

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 13:45
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“Orgoglio e Pregiudizio” è stato scritto da Jane Austen, che fin dalla più giovane età dimostrò la sua vocazione letteraria scrivendo racconti e romanzi brevi.

Jane Austen nel 1796 intraprende la stesura di “First impressions”, prima versione di “Orgoglio e Pregiudizio”, che nell’anno successivo non viene pubblicato, ma nel 1813 l’editore Egerton decide di pubblicarlo. Il titolo originale di questo celebre romanzo è “Pride and Prejudice” e, come in ogni traduzione, spesso non vengono colti i veri significati e messaggi. Infatti il traduttore scrive che il termine ‘pride’ può essere tradotto in italiano sia come ‘superbia’ (pride è uno dei sette peccati capitali) sia come ‘orgoglio’.

Il personaggio principale è Elisabeth Bennet, una delle tante figlie di una famiglia borghese, che cerca in ogni modo di maritarle con famiglie economicamente ben messe. Una di queste famiglie è quella del signor Darcy e del suo migliore amico Bingley.
Dalla quantità delle figlie della famiglia Bennet, suppongo che la scrittrice si sia ispirata alla sua di famiglia, visto che lei era la settima figlia; mentre per quanto riguarda il ricco proprietario terriero, alla sua condizione economica. Non mi sembra strano scoprire che uno dei tanti personaggi descritti nel romanzo abbia caratteristiche di persone che la scrittrice ha conosciuto… In ogni modo il romanzo si svolge con lo sbocciare dell’amore dei due protagonisti, Elisabeth e Darcy, che a prima vista non sembrano avere buone impressioni l’uno sull’altra; diversamente rispetto a quello che succede a Jane (sorella maggiore di Elisabeth) e il signor Bingley.

Il racconto in un primo momento sembra concentrarsi molto sulla storia d’amore tra Jane e Bingley, ma penso che i due personaggi siano solo due elementi introduttivi che permetteranno a Elisabeth di poter vedere Darcy, che pian piano inizierà a cambiare idea su di lei, la quale gli fa suscitare delle sensazioni mai provate prima. Ma l’unico problema che si presenta a questo giovane amore un po’ sofferto e cieco, è la zia di Darcy, che fa ricordare a Elisabeth che suo nipote è fidanzato con sua figlia, poiché era già stato predestinato dalla sua infanzia.

Questo mi fa ricordare un libro, che in passato ho letto: mi ricordo che i personaggi di questo romanzo si potevano sposare tra i famigliari, come si faceva un tempo.

Comunque è una storia d’amore molto bella e interessante, perché nel finale del romanzo Elisabeth chiede a Darcy come lui si fosse reso conto di essersi innamorato di lei. E lui le risponde di non sapere con precisione come, quando e a che ora, ma sapeva che si è reso conto a metà di ciò che gli stava capitando.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

15 novembre 2009

CENT’ANNI DI SOLITUDINE, di Gabriel Garcìa Màrquez

Gabriel Garcia Marquez, nato nel 1928, è uno scrittore colombiano che ha ricevuto il premio Nobel nel 1982. Questo romanzo, pubblicato nel maggio del 1967, viene considerata la seconda opera più importante in lingua spagnola dopo “Don Chisciotte de la Mancha”.

“Cent’anni di solitudine” è un romanzo che affronta nel suo insieme la fondazione e lo sviluppo di un villaggio, Macondo; che successivamente sarà teatro del tragico momento di una guerra, i cui protagonisti saranno principalmente la famiglia Buendìa. I Buendìa  furono i principali fondatori del villaggio e introdussero cose innovative per lo sviluppo di Macondo. I discendenti di questa famiglia furono molti, e portarono di generazione in generazione i nomi di Aureliano e Josè Arcadio.

A parte questo, il romanzo contiene un fatto curioso sui Buendìa: portano con sè un sortilegio che verrà scoperto successivamente dopo cent’anni di generazioni. Si può pensare che questo sortilegio sia la punizione data per il fatto che procreano dei figli tra consanguinei.

I personaggi di questo romanzo hanno caratteristiche che li accomunano, in particolare la famiglia Buendìa, i quali sono soliti stare in solitudine. La narrazione di per sè sembra abbastanza fiabesca per  questa anomalia che separa i componenti della famiglia Buendìa dalla realtà che sembra non coinvolgerli del tutto.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

10 novembre 2009

I MALAVOGLIA, di Giovanni Verga

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 10:26
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Giovanni Verga è nato il 2 settembre 1840 e morto il 27 gennaio 1922 per un ictus, a Catania. E’ stato uno scrittore italiano che a 15 anni ha scritto il suo primo romanzo, anche se non fu mai pubblicato. Verga amava più di ogni altra cosa i romanzi storici italiani. Il romanzo I Malavoglia  fu pubblicato a Milano nel 1881 dall’ editore Treves.

I personaggi principali di questo romanzo sono la famiglia Malavoglia, ai quali capita una disgrazia dopo l’altra, con l’accompagnamento di tanti proverbi che arricchiscono e fanno parte della narrazione.

Nella narrazione i protagonisti si ritrovano con una vita abbastanza difficile e per di più con tanti figli da mantenere. La vita che si presenta a queste persone è piena di difficoltà, ma non per questo loro abbandonano la loro gentilezza verso un’altra persona, bensì fra di loro cercano di portarsi avanti anche se in vari modi. “I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l‘acqua l‘un l‘altro”

Il luogo in cui si svolge è alle falde dell’Etna quindi vicino a Catania in Sicilia; e il periodo sarebbe intorno all’inizio degli anni ottanta dell’ottocento, perché all’interno del romanzo compare il telegrafo. Riguardo a questo mezzo, accade un fatto molto curioso che ti fa sorridere per l’innocenza o l’ignoranza che i personaggi mostrano al riguardo del telegrafo, perché pensano che mangi la pioggia. Ma a parte questo il telegrafo mi ha fatto pensare che forse i personaggi stanno passando un periodo in cui ci sono moltissime invenzioni, cambiamenti, che rende tutto ciò che è intorno indescrivibile e un po’ febbrile, come lo definisce il libro.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

2 settembre 2009

L’AMANTE DI LADY CHATTERLEY, di David Herbert Lawrence

David Herbert Laurence nacque in Inghilterra nel 1888 e morì in Francia nel 1930. Il libro venne pubblicato in inglese nel 1928 da un editore fiorentino, ma venne varie volte sequestrato per oscenità, fino al 1960.

Il romanzo descrive la vita di una donna costretta a vivere una vita di castità dopo la tragedia che successe a suo marito nella prima guerra mondiale, e questo la costringe a trovarsi un amante valido che riesca a farla sentire viva in tutto il suo essere di donna.

La descrizione cosi minuziosa e le parole che lo scrittore usa per raccontare la storia di questa donna segnano un passo nuovo nella cultura e nella società di quegli anni; sono davvero molto “piccanti”, tanto da intimidire, visto che un tempo non si trattavano questi argomenti così apertamente, perché era ritenuto un tabù.

Comunque la narrazione contiene scene davvero belle, emozionanti e tristi allo stesso tempo, a cui fa da cornice un ambiente cupo e desolato .

Elizabeth Rodriguez Altamirano

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI, di Giorgio Bassani

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 22:25
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Giorgio Bassani nacque nel 1916 a Bologna e morì a Roma nel 2000. La sua famiglia era appartenente alla borghesia ebraica Ferrarese.

Primo dei suoi romanzi fu “Il Giardino dei Finzi-Contini”, scritto nel 1962. Questo romanzo si apre con un ritorno al passato rammentando i vecchi momenti. Lo scrittore descrive il momento poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale. Giorgio Bassani si concentra di più nel raccontare lo sbocciare di un’amicizia e l’amore del protagonista con i suoi coetanei della famiglia Finzi-Contini. I quali avranno un modo diverso di vivere la loro vita in un ambiente in cui c’erano situazioni razziali che si facevano sentire sempre di più.
Una storia molto carina in cui i protagonisti affrontano la situazione nel modo normale, anche se noi lettori sappiamo che ben presto tutto cambierà nei modi peggiori che nessuno all’epoca poteva immaginarsi.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

31 agosto 2009

IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 15:44
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Il romanzo è stato scritto da Leonardo Sciascia nel 1961. Si apre con la morte di un uomo, la cui morte è un mistero. Da questo fatto il capitano Bellodi cercherà di trovare la verità, con un emozionante e intrigante ricerca dei complici e soprattutto del responsabile dell’omicidio, accaduto in Sicilia, svelando una serie di importanti personaggi coinvolti nella organizzazione criminale chiamata Mafia.

Con questa avvincente storia che coinvolge il lettore, Leonardo Sciascia racconta fatti realmente esistiti che iniziavano a coinvolgere una parte dell’Italia; l’obiettivo di questa organizzazione era, ed è, di controllare luoghi e cariche importanti della società.

Elizabeth  Rodriguez  Altamirano

15 aprile 2009

MADAME BOVARY, di Gustave Flaubert

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 22:09
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La storia di Madame Bovary è una triste vicenda in cui il lettore entra e diventa partecipe del racconto, conoscendo i pensieri e la tragica decisione di un matrimonio che fin da principio era predestinato a marcire come un fiore.

Tutto inizia con l’introduzione della vita giovanile di Charles Bovary, fino alla sua carriera di Dottore e al suo primo matrimonio. Attraverso la sua carriera egli farà la conoscenza della giovane e bellissima Emma, figlia di Roualt Bertaux, il quale acconsentirà al matrimonio tra i due giovani. Charles era rimasto da poco vedovo.
Nei giorni di matrimonio, Emma non riusciva più a sopportare la monotonia della sua vita nuova: provava fastidio per le piccole carezze che Charles le dava. In realtà Emma non riusciva più a sopportare ogni piccola parte di Charles.
Quando i due coniugi si trasferirono a Yonville, Emma rimase incinta, e quando partorì scelse il nome della bambina: Berthe.
La bambina venne affidata a un altra persona finchè non fosse cresciuta abbastanza, e quindi durante quei giorni a Yonville, Madame Bovary conobbe un giovane di vent’anni, Lèon Dupuis.
Lèon è un giovane che con Emma condivide le stesse passioni, come la musica, la lettura, il teatro e altre cose, a cui di solito Charles non era interessato.
Tra i due giovani nasce un sentimento che doveva essere soffocato perchè non si potesse manifestare; allora il giovane praticante del notaio decise di andare a studiare a Parigi, causando alla povera Emma l’inizio delle tante delusioni che avrà nella sua vita.
Durante le sue giornate in casa, quando la piccola Berthe era tornata dai suoi genitori, Emma non era capace di dare affetto alla  figlia e al marito.
Il ricordo del giovane Lèon ben presto venne dimenticato, ma il peggio arrivò quando conobbe Rodolphe Boulanger, che le farà conoscere la vera passione degli innamorati.
Rodolphe, uomo di 34 anni, più deciso a conquistare Madame Bovary, riuscirà nella sua impresa, tanto da farli sembrare una coppia di giovani innamorati, nei mesi in cui si ritrovavano di nascosto all’insaputa del povero Charles.
La situazione cambiò quando Emma ricevette una lettera dal padre, il quale la fece riflettere su quello che stava facendo, così iniziò per la prima volta a essere più gentile con Charles, dimenticando Rodolphe quando egli si rifiuterà di scappare insieme a lei.
Passarono i giorni e la situazione di Charles cominciava ad avere un primo calo, ma la situazione peggiorò quando Emma rivide Lèon.
I due questa volta senza indugi iniziarono una relazione segreta, che morirà quando Madame Bovary dovrà pagare i suoi debiti. E a causa di questo problema Madame Bovary commetterà l’errore di prendere la decisione di avvelenarsi, lasciando soli suo marito e Berthe, la quale sarà l’unica vittima di tutti i debiti di Emma.

Madame Bovary è stato scritto da Gustave Flaubert, e uscì in sei puntate, tra l’Ottobre e il Dicembre del 1856.

Gustave Flaubert era figlio di un medico famoso, aveva un fratello e una sorella che si chiamavano rispettivamente Achille e Caroline, la quale sarà molto importante per la vita di Gustave.

Gustave è uno scrittore che fa uso di una nuova tecnica narrativa che alterna tuttavia con procedimenti più tradizionali quali la formazione della protagonista, la storia dei genitori di Charles e la descrizione di Yonville, in cui Gustave si sofferma a raccontare ogni piccola cosa nell’ambiente in cui il lettore si ritrova.

L’effetto di impersonalità è rafforzato dal discorso indiretto libero, in cui il lettore può interpretare ogni personaggio a cui vengono attribuiti il parlato e il pensato.
I tempi narrativi, definiti dal libro “eterno imperfetto”, ci fanno capire che il punto di vista dei personaggi varia anche se loro restano immobili per l’intera durata della scena.

I nomi dei personaggi sono calcoli onomastici, in cui Bovary indica la natura bovina racchiusa nel cognome; Lèon Dupuis unisce la suggestione esotica e virile con la prosaicità domestica del legno – il bois-, e altri nomi ancora.

La storia di Emma è incorniciata da quella di Charles, che si apre con la sua adolescenza e con tutti i suoi problemi che aveva a socializzare con i suoi compagni di classe, mentre Emma viene descritta come una donna molto bella, irresistibile, quasi un frutto proibito da ammirare. Ogni piccola parte della persona di Emma viene descritta nei particolari, ma anche come questa sia vittima di Monsieur Lheureux, il quale rovinerà la vita della sfortunata con debiti da saldare.

Emma è un personaggio che esprime romanticità e che cerca la vera felicità altrove, poichè il suo matrimonio è un fallimento continuo; infatti con le successive conoscenze di uomini, lei conoscerà la parola amore e felicità; ma queste piccole conquiste che ella vivrà si spegneranno non appena Emma pretenderà di più.

A parte questo, Emma vedrà la sua situazione, che è stata creata da lei e che  la distruggerà e diventerà un abisso, tanto da portarla alla morte. Agli occhi del marito, lei era malata di nervi, mentre in verità lei aspirava all’amore, al lusso, e a Parigi, come tanti personaggi del romanzo ottocentesco.

Inoltre Emma è un personaggio che prova ripugnanza verso la fecondità; infatti quando nasce la piccola Berthe, Emma era estranea e molto stupita della bruttezza della bambina, che non era partecipe delle sue scoperte del mondo.

Ho trovato insensibile Madame Bovary verso la figlia e il marito; anche se lei avesse pensato che non ci fosse soluzione per il suo matrimonio, secondo me avrebbe dovuto essere più affettuosa verso la figlia, che non aveva la colpa di niente, ma anzi era l’agnello sacrificale. Infatti c’è una parte del racconto in cui l’atteggiamento del personaggio mi è sembrato molto eccessivo, come quando Berthe si avvicina ad afferrare i nastri penduli del grembiule della madre, ed ella le disse “Lasciami!” in modo molto arrabbiato, facendo piangere la bambina; oppure quando la spinge facendola andar a sbattere la testa nello spigolo di un comodino.

A parte questo il ruolo di Madame Bovary indica, almeno secondo me, la disillusione di essere sicuri d’amare una persona. Peccato che Emma lo capisca dopo il matrimonio che l’amore che ha Charles verso di lei non è corrisposto.
E’ interessante vedere, o meglio immaginare, come spesso le persone pur essendo sposate (ed è proprio questo che Flaubert è stato in grado di descrivere) siano capaci di cadere in debolezze da cui l’essere umano è sempre stato tentato.

Per me Madame Bovary è un personaggio che non ha saputo capire i suoi sentimenti e che ha avuto molta fretta in prendere una decisione del genere, ma comunque è bello sapere che lei in qualche modo ha saputo o è stata capace di amare due uomini molto importanti nella sua vita, i quali si sono resi conto che quello che facevano era un adulterio e soprattutto un ingiuria verso il marito, così leale e umile con tutti.

Bisogna dire che Flaubert si è molto personificato in Emma, tanto che scrive:” Poco fa, alle sei, nel momento in cui scrivevo la parola attacco di nervi, ero così trascinato, mi sgolavo così tanto e sentivo così profondamente quello che provava la mia piccola donna, che ho avuto paura di averne uno anch’io. Mi sono alzato da tavola e ho aperto la finestra per calmarmi”. Ma non è tutto, perchè il fatto curioso è quando scrive:”Avevo un così perfetto sapore di arsenico in bocca, ero così avvelenato anch’io, che mi sono fatto venire due indigestioni di seguito, due indigestioni reali.”

Leggere questo fatto su questo scrittore, mi ha causato molta curiosità e piacere, sapere che egli abbia provato le stesse sensazioni che il personaggio principale provava nel romanzo, e confesso che anch’io in qualche modo sono stata coinvolta in questa tragica storia d’amore, ma soprattutto nei panni della piccola Berthe, che mi ha commosso molto per il ruolo che le è stato attribuito.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

LA LUNA E I FALO’, di Cesare Pavese

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“La luna e i falò” è stato scritto fra il Settembre e il Novembre del 1949 e pubblicato nell’Aprile del 1950, quattro mesi prima che l’autore si suicidasse.

E’ un racconto che viene fatto in prima persona dal protagonista, Anguilla. Egli è un povero orfanello cresciuto in una fattoria, la “Mora”, a servizio di Sor Matteo e della moglie. In questa famiglia avevano tre figlie, le quali si chiamavano Irene, Silvia e Santa. Queste tre giovani fanciulle ebbero ognuna un destino diverso: Irene morì di tifo in seguito a un infelice matrimonio; Silvia morì per un aborto in segreto; e infine Santa la cui sorte fu la più crudele fra tutte.

Il libro inizia con l’arrivo di Anguilla nella sua città natale, dopo il viaggio in America e altri luoghi che ebbe la possibilità di conoscere. Percorrendo le strade di quella città che lo ebbe ospitato durante la sua infanzia, fa trarre al nostro protagonista una serie di ricordi passati, in cui Anguilla ci racconta come viveva prima e come conobbe il suo migliore amico, Nuto.
Durante il suo soggiorno, Anguilla ebbe il piacere di conoscere Cinto, figlio del nuovo proprietario della casa di suo padrino, Vallino.
Il figlio di Vallino è un ragazzino zoppo, la cui storia ci fa capire la sbadatagine della moglie di Vallino e la triste vita che faceva insieme alla nonna e alla zia.
Cinto sarà per Anguilla la fonte dei suoi ricordi in cui Nuto cercava di insegnare ad Anguilla tutto ciò che era ha sua conoscenza. Come per Anguilla, Nuto è stato un ottimo insegnente, ma soprattutto un ottimo amico, anche Anguilla vuole essere per Cinto ciò che Nuto era stato per lui.

I due trascorsero molto tempo insieme e si resero conto che tra loro era sorta l’amicizia, tanto che Cinto si sentirà in grado di fidarsi di Anguilla. E proprio per questo quando Vallino ucciderà la nonna e la zia e darà fuoco alla casa impiccandosi insieme ad esso, Cinto si sentirà sicuro e in grado di fidarsi di Anguilla, che insieme a Nuto cercherà di calmarlo e di rassicurarlo.

L’arrivo nella sua città natale ha suscitato nel protagonista ricordi d’infanzia e la conoscenza di fatti terribili, come la morte di Irene e Silvia, ma anche la oscura vita che Santina aveva scelto di vivere. La piccola Santa, come racconta Nuto, era diventata una spia delle camicie nere. Pe questo la vita di Santina fu fermata giustiziandola.

Il racconto di Anguilla è una serie di flash-back, in cui Cesare Pavese ci fa capire la suddivisione del racconto: l’Infanzia e la Maturità del protagonista, segnato dall’arrivo nella sua città. A parte questo, il titolo viene scelto per il motivo che durante le feste contadine si accendevano dei falò nel cielo notturno, che suscitavano nei pensieri dei bambini un momento magico e un mondo pieno d’avventure. E proprio per questo il protagonista decide di partire in America, in giovane età.

Oltre a questo, per finire, il falò è legato all’incendio del casotto di Gaminella, che segna la morte del passato e anche la morte di Santa, che viene svelata solo verso la fine, quando Anguilla è pronto per partire.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

15 marzo 2009

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO, di Italo Calvino

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Questo libro è ambientato in un periodo di guerra, in cui il protagonista Pin cerca di inserirsi in una società che si preoccupa di liberare l’Italia dal Fascismo.

Pin è un ragazzino molto sveglio, che viene allontanato dai bambini della sua età solo perchè sa cose che un bambino di solito non ha ancora la curiosità di sapere. Essendo trattato in questo modo, Pin cerca di essere amico degli adulti, che conoscono il suo modo di fare e da quale famiglia provvenga.
Quindi gli uomini della locanda sanno come trattare con Pin, il quale,  secondo me, è una specie di registro che, in cui ogni uomo che incontra, è riuscito ha lasciare un segno. Infatti Pin racconta storie e canzoni che certi uomini della prigione hanno voluto lasciargli, cosicchè tutto il mondo possa saperlo.

Per me Pin è solo uno delle tante vittime della guerra, poichè come bambino è stato privato di un’infanzia tranquilla e regolare; nel senso che la sua inocenza non doveva perdersi così prematuramente, ma doveva essere come gli altri bambini della sua stessa età, i quali pensano a giocare e a inventarsi amici immaginari. 
La guerra procura molte cose negative nella vita di chi la vive, distruggendo come un pezzo di carta ogni piccola speranza, sogni di vita tranquilla, serena e felice. Soprattutto per un bambino che si ritrova sperduto in un ambiente in cui ci si deve preoccupare obbligatoriamente dei bombardamenti e della propria sopravvivenza.

Per fortuna il nostro caro Pin verrà accolto dai partigiani a braccia aperte e con loro vedrà i diversi modi di pensare dei diversi componenti del gruppo dei partigiani, le loro strattegie di combattimento e il motivo per cui lottano. Queste persone sono state nella storia un gruppo valoroso che non combatte per un’idea di Nazione, ma combatte con tutto il cuore solo per salvare il popolo dal fascismo, portando tutti alla libertà.
A parte questo, “Il sentiero dei nidi di ragno” è uno dei tanti racconti in cui l’amicizia, l’affetto per una persona, riesce a trionfare. Pin riesce a trovare un amico, il Cugino, che si interessa dei nidi di ragno in cui era nascosta la pistola P. 38 che era riuscito a prendere dal tedesco che era con sua sorella. La sorella era molto conosciuta da tutti poichè era una di quelle donne che si vendevano per prestazioni sessuali.

Pin e il Cugino, alla fine di questa storia, si inoltrano nel bosco, tenendosi per mano e parlando male delle donne, come era consueto fare insieme con il resto del gruppo.

Anche se in guerra tutto è triste e desolato, è piacevole vedere che accanto a un bambino come Pin, ci sia un adulto che lo accompagni e lo protegga in un Paese in cui la guerra tra fascisti e partigiani (che cercano di liberare la successiva generazione) è inevitabile, per essere felici e avere un futuro tranquillo.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

1 febbraio 2009

SIDDHARTA, di Hermann Hesse

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 22:45
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India, VI sec. a. C. Nella Reggia del Brahmino viveva colui che sarebbe diventato il Perfetto; il suo nome era Siddharta.
Siddharta era un ragazzino avido di sapere, tanto che poteva partecipare alle conversazioni dei saggi; inoltre sapeva pronunciare alla perfezione il sacro Om.
Andava tutto bene finchè non decise che doveva far parte dei Samana, ma come ogni decisione improvvisa e avventata, il Brahmino (suo padre) in principio non glielo permise, ma capì che l’anima di suo figlio non era più con lui.
Così, poco più che un ragazzino, Siddharta intraprese la strada dei Samana per tre anni, insieme al suo migliore amico, Govinda.
Per oltre tre anni i due decisero di ascoltare le dottrine di Gotama, il Buddha, il Perfetto, che era arrivato in città per predicare le sue dottrine al popolo.
Gotama segnerà il distacco tra Siddharta e Govinda, che instintivamente decise di far parte delle dottrine di Gotama.
Da quel giorno, o meglio da quel momento, Siddharta iniziò il suo vero viaggio di ricerca, finchè non giunse in una città in cui trovò lei, Kamala, colei che gli insegnerà l’arte dell’amore. In città Siddharta si renderà conto che gli uomini che li circondavano erano presi dall’ambizione e dal divertimento; cosi lui gli chiamò “uomini-bambini”. E  Siddharta non voleva farne parte né essere accettato da loro.
I giorni passarono e Siddharta divenne un “uomo-bambino” senza rendersene conto, ma capì che la strada che finora aveva intrapreso non era per lui, cosi lasciò Kamala e tutte le sue ricchezze per tornare a cercare sè stesso.
Siddharta conobbe nel suo nuovo viaggio Vasudeva, apparentemente un semplice barcaiolo, che però si rivelò lo spirito del fiume Gange, ma anche un amico pronto ad ascoltare, ad aiutare e a insegnare a Siddharta il segreto del fiume.
Insieme a Vasudeva, Siddharta passerà i momenti peggiori perchè dovrà conquistare l’affetto di suo figlio (avuto con Kamala, che morì morsa da un serpente), il quale scapperà stanco di vivere come un povero insieme a Vasudeva e Siddharta.
Giunto quasi alla conclusione, Siddharta che dalla vita ha appreso molto, incontra di nuovo il suo amico Govinda. In questo incontro Govinda lo riconosce, rispetto a quella volta al fiume Gange, e si rende conto che il viso, le espressioni corporali di Siddharta erano mutate, perchè raggiungevano e forse superavano il Perfetto, il Buddha.
Così Siddharta arriva alla sua meta, riconosciuto da Govinda come il Divino, attraverso un sorriso che era costante, tranquillo, sereno, fine, impenetrabile e saggio.

In questo romanzo Herman Hesse ha messo una sorta di ansia ai suoi personaggi, ma anche la ricerca di qualcosa, ossia la ricerca di sè, che permette a ogni entità della persona di essere completa e di vivere. Questo ad esempio mi ha fatto ricordare i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello, in cui i personaggi sono presi dalla voglia di esprimere sè stessi e di trovare un autore che li possa rappresentare.
Nel romanzo, Siddharta cerca di conoscere sè stesso fino in fondo, cominciando ad apprendere dalle dottrine di ogni religione, attraversando e emergendo nella vita.
Herman Hesse è stato bravissimo a spiegare le dottrine del Brahmanesimo e del Buddhismo, ed è stato altrettanto bravo anche a descrivere l’India affaccendata e piena d’umanita: Con tanti gruppi religiosi (Monaci, Mendicanti,Brahmini…) l’India diventa il luogo di ricerca dell’Assoluto.
In questo romanzo c’è l’ uso di dare una suggestione verbale dei nomi, come i personaggi del racconto ma anche per l’intera scena (paesaggi, alberi, frutti, case, città).
Da questo libro si capisce che l’individuo può conoscere tre modi di sapere:

  • SAPERE INTELLETTUALMENTE come gli studiosi,
  • SAPERE MENTALMENTE ossia arrivare alla conoscenza mediante il ragionamento; e infine e forse più importante
  • SAPERE CON TUTTA L’ANIMA E IL CORPO. Ad esempio coloro che hanno una vita difficile o che hanno vissuto la maggior parte della loro vita in un ambiente inadeguato.

Secondo Massimo Mila le creazioni di Herman Hesse nascono sotto il segno della fantasia e si pongono sotto la categoria dell’Arte.
Siddharta era uno dei libri che desideravo molto leggere, perchè mi piacciono i territori come l’India e la sua cultura. E’ stato molto piacevole immergermi in questo racconto, a parte alcuni termini come l’Atmann e Brahma, che riguardano la religione Indiana.
Leggendo il romanzo ci sono stati alcune parti che mi sono interessate particolarmente, come la SPERSONALIZZAZIONE, in cui la persona può diventare qualunque cosa nella propria anima; patendo ciò che si ha scelto di essere. Per praticarla bisogna meditare e svuotare i sensi.
Oltre a questo c’è anche l’arte del DIGIUNARE, ATTENDERE e PENSARE, cosa molto difficile da praticare nei tempi nostri, almeno per noi che viviamo in una città che è caotica e nella quale è molto difficile digiunare, e anche attendere, perchè spesso siamo impazienti e irrascibili.
E’ meraviglioso sapere che per conoscere sè stessi  bisogna abbandonare tutto per ritrovarsi. Ho capito che è come se si vivesse una vita incompleta, in cui le cose che si sono fatte sono incomprensibili e senza senso, quasi come se il nostro percorso fosse sempre annebbiato fino alla morte, se non si impara a conoscersi internamente.
Questo libro mi ha fatto notare come il sentimento paterno spesso non riesce ad accettare la realtà della situazione, come quando Siddharta cerca senza arrendersi di conquistare un po’ l’affetto di suo figlio, il quale lo respinge di continuo. E’ stato molto triste leggere che Siddharta non sia riuscito ad abbattere il muro che l’ostacolava per arrivare a suo figlio, facendo cosi provare a Siddharta lo stesso sentimento che suo padre ebbe provò quando egli lasciò la Reggia.
Per finire, è stato molto carino come Herman Hesse racconta di Kamala: “Sotto neri capelli egli vide un volto luminoso, molto tenero, molto vivace, una bocca rossa come un fico appena spezzato, sopracciglia curate e dipinte in alto arco, occhi neri intelligenti e vivaci….. Siddharta vide quanto fosse bella, e rise il suo cuore”.
E’ cosi romantico come una persona sì possa innamorare repentinamente di una persona di cui non sa nulla. Qui Siddharta ci fa conoscere come un colpo di fulmine possa far perdere la testa; ed è questa la parte in cui Siddharta impara cos’è l’amore e inizia una nuova vita in città con la persona di cui è innamorato.
Peccato che in seguito dovra lasciare Kamala, perchè deve continuare a cercare lo scopo del suo viaggio, l’Atman. Atman significa “La propria persona”, ma filosoficamente indica l’IO di ogni persona, di cui Siddharta dice:
“C’è soltanto, o amico, un sapere, che è ovunque, che è l’Atman, che è in me e in te e in ogni essere. E cosi comincio a credere: questo sapere non ha nessun peggior nemico che il voler sapere, che l’imparare”.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

27 dicembre 2008

LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN, di Mark Twain

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 18:11
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Huckleberry Finn è un ragazzino che ha trovato dei soldi e che viene accudito e civilizzato nellla casa della vedova Douglas. Come qualunque ragazzino, non amava studiare molto, ma soprattutto non amava essere trattato come un damerino, come diceva lui .

Tutto andava bene, finchè un giorno il padre ritorna e pretende dal figlio dei soldi, ma non solo: lo obbliga a non frequentare la scuola, cosicchè il figlio non possa diventare, riguardo alle conoscenze, superiore a lui.
Le sue avventure cominciano quando, dopo essere stato rapito dal padre, scappa mettendo in scena un omicidio perfetto. Ma non è tutto, perchè da quando scappa dalle grinfie del padre, Finn trova il servo di Miss Watson, Jim.
Jim e Huck Finn ne passano delle belle, finchè Jim non viene venduto, e quindi Finn deve cercare di liberarlo facendosi aiutare dal suo amico Tom , che lo ritrova per caso. E come in ogni storia tutto finisce bene: Jim diventa un uomo libero mentre Huck Finn ritorna alla sua vita originale.

Questo romanzo mi ha coinvolto molto, perchè è stato molto interessante e particolarmente divertente ed emozionanti le sue avventure, che trasportano il lettore in un ambiente quasi magico, che ti fa viaggiare e partecipare alle emozioni e ai pericoli che accadono nel racconto.
Tutto il romanzo viene raccontato dal protagonista. Ci sono due momenti importanti. Il primo riguarda l’amicizia di Jim e Huck Finn, che vogliono raggiungere a tutti i costi gli Stati liberi percorrendo il grande fiume Mississipi. Il momento bello di questa amicizia è quando Huck Finn decide di non consegnarlo alle autorità, perchè ricordando gli insegnamenti fino ad ora ricevuti, lui fa una serie di ragionamenti e decide di tenerlo con se.
Il secondo riguarda i pericoli e le avventure che capitano ai due  quando approdano nei vari villaggi lungo il fiume Mississipi, che rendono ancora più movimentata la narrazione. Sono: la conoscenza del Re e del Duca che sono degli imbroglioni, e poi la conoscenza di due famiglie che da anni sono in conflitto, i Grangerford e gli Shepherson. In queste due famiglie molto ricche, i figli, Miss Sophia e Harney, s’innamorano e scappano lontano. Questo mi ha fatto ricordare Romeo e Giulietta, solo che questa volta la storia finisce bene senza la morte di nessuno dei due.

In buona parte del racconto il punto di vista cambia, ossia prima Mark Twain si era inmedesimato in Huck Finn, quando vedeva le cose con meraviglia all’inizio del viaggio, mentre verso metà del libro è Mark Twain che accompagna Huck, creando un doppio punto di vista. Piccolissima sottigliezza che mi era sfuggita.
Comunque questa nuova modalità viene accentuata di più quando verso la fine, Huck Finn viene scambiato per Tom Sawyer dalla famiglia Phelps, che  viene presa in giro in questo cambio di identità fra Tom e Huck Finn, perchè quando i due dovevano liberare Jim fanno un birbonata alla zia Sally, con i conti dei cucchiai, che dovevano essere 10 ma che a volte erano 9 e poi 10, e lo stesso successe con le coperte.
Tom è un ragazzino con molta imaginazione che segue spesso vicende di libri nella sua vita quotidiana, e a cui  viene permesso di fare di tutto, perchè per Mark Twain  doveva rappresentare l’eterno bambino che ha ogni persona dentro di sè, quasi come la storia di Peter Pan che vuole rimanere bambino per sempre.
Tom Sawyer ha una famiglia, mentre Huck ha solo quel padre fanullone, ubriacone e irresponsabile, che nessuno vorrebbe avere. Mi fa arrabbiare molto quando il padre torna dopo tanti anni e pretende dal figlio del denaro per andare a comprare delle bevande alcoliche. Non solo questo. quello che mi ha fatto arrabbiare di più è quando non permette al figlio di andare a scuola, minacciandolo con le botte.
Huck Finn rispetto a Tom è più realista , chiama le cose col loro nome; questo lo dimostra quando verso la fine del libro dovendo liberare Jim vogliono scavare un tunnel con dei coltelli, ma Huck suggerisce a Tom di scavare con dei picconi.
La vita di Huck è una storia triste perchè non ha nessuno su cui contare, a parte il suo nuovo amico Jim, e ancora più importante, il fiume Mississipi che lo guida verso un mondo sconosciuto, per fargli conoscere come è dura la vita. Il fiume è stato come  un genitore, tipo la storia del libro della giungla, solo che in questo caso non c’era la giungla e gli animali ma il fiume.

Una frase in particolare del racconto, che mi è piaciuta, è: ” Abbiammo detto che dopo tutto non c’è casa cosi accogliente come la zattera….Su una zattera ti senti libero alla grande e tranquillo e felice”.
Parole di qualcuno che si sente finalmente libero, lontano dalle cose per cui prima si sentiva oppresso, in un mondo senza comprensione nei suoi riguardi. Mi meraviglia molto come un ragazino abbia avuto un coraggio e una grande fantasia e ingegno tale da progettare tutto. Se fossi stata al suo posto, non sarei stata capace a progettare cosi perfettamente un omicidio e in seguito a continuare a viaggiare con una zattera in altri posti sconosciuti.

Elizabeth Rodriguez Altamirano 

2 dicembre 2008

LA CASA IN COLLINA, di Cesare Pavese

Filed under: Elizabeth Rodriguez Altamirano — artistico Buniva @ 17:55
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Il libro è basato su un ambiente di guerra, e questo mi ha fatto pensare e immaginare la difficolta e la disperazione della gente che cerca di salvarsi la vita.

A parte questo il libro descrive il protagonista, Corrado, come un uomo solitario a cui non importa niente di quello che accade intorno a lui e che cerca di trovare la serenità, la solitudine e il silenzio in un monastero. Corrado però non resta lì perchè non riesce a trovare ciò che cerca, e questo mi ha fatto venir in mente come spesso noi cerchiamo un luogo adatto a noi, che poi si rivela qualcosa di sbagliato o inadatto alle nostre esigenze.

Elizabeth Rodriguez Altamirano

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