ROMANZI 2.0

Romanzo

Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione, dalla trama estesa e ricca di storie, verosimili o di fantasia, e di personaggi.

I primi testi ad essere chiamati “romanzi” appartengono alla letteratura francese delle origini che ancora non si distingue del tutto da quella delle altre nazioni europee che hanno in comune la stessa eredità linguistica e cioè il latino.

Il romanzo si distingue dalla novella o racconto per la lunghezza e pertanto anche dalla maggiore complessità, cioè tempi più lunghi, vicende ed ambienti più elaborati, maggior numero di personaggi. Esistono comunque romanzi brevi, così come esistono racconti lunghi.

Deve essere comunque chiarito che, se in italiano, il termine romanzo si riferisce a qualunque narrazione lunga in prosa, in inglese romance sta ad indicare le forme narrative di carattere eroico-mitiche tendenti all’allegoria e in cui si presentano elementi di fantastico, mentre le narrazioni in cui la rappresentazione della vita e la cornice sociale sono realistiche vengono indicate con il termine novel.

1.                  INTRODUZIONE

Sull’origine del romanzo la critica ha dibattuto a lungo, incerta se riconoscergli un’identità letteraria fin dall’antichità, nelle letterature orientali e poi nel mondo greco e latino; oppure se farlo risalire alle forme narrative, peraltro in versi, dei romanzi francesi medievali; o se infine considerarlo, come sostenevano gli stessi romanzieri del Seicento (secolo cui si è soliti attribuire la nascita del romanzo moderno), una forma di espressione del tutto inedita e non riferibile ad alcun precedente nella tradizione.

Del resto, proprio la natura tematicamente e stilisticamente composita del romanzo fa sì che il processo che ha portato alla creazione di questo genere letterario sia ricco di molteplici “paternità”: varie sono le forme e i generi letterari, già codificati nell’antichità, che hanno lasciato la loro impronta nel romanzo, dall’epica alla satira, al teatro, sia tragico sia comico, dalla storiografia annalistica alla cronaca e ai resoconti di viaggio.

La parola deriva dal francese antico romanz, che nel XII secolo indicava qualsiasi espressione in lingua volgare francese, in opposizione a quella in latino.

Romanz o roman è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè “parlare in lingua romanza”

Dal francese derivò l’aggettivo italiano “romanzo” che, dopo aver indicato in un primo tempo soltanto i componimenti in volgare, come aggettivo sostantivato diventò sinonimo di “narrazione”, quasi sempre di avventure cavalleresche. Dopo essere stato riferito a narrazioni sia in prosa sia in versi, nel corso del XIII secolo il sostantivo “romanzo” passò a indicare quasi esclusivamente i racconti in prosa: è questo, ad esempio, il senso di un noto verso di Dante Alighieri, che distingue tra “versi d’amore e prose di romanzi”.

2.                  LE ORIGINI DEL ROMANZO

Prose narrative di finzione venivano composte già nel mondo antico, e a queste il termine moderno “romanzo” è stato applicato indiscriminatamente. Molti racconti, che in seguito sarebbero divenuti parte della tradizione letteraria dell’Occidente, trovano la loro origine nelle civiltà assiro-babilonese, aramaica ed egizia.

Nell’ambito della cultura greca, i testi narrativi denominati in seguito romanzi ebbero un successo e una diffusione molto rilevanti nei primi secoli dell’era cristiana. Si possono ricordare, fra gli altri, le Etiopiche di Eliodoro di Emesa; Le vicende efesie di Anzia e Abrocome di Senofonte di Efeso e soprattutto Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, raffinato romanzo pastorale attribuito a Longo Sofista, scrittore vissuto nell’isola di Lesbo tra il II e il III secolo d.C.

I principali esempi di testi romanzeschi della letteratura latina sono indubbiamente il Satyricon, attribuito a un Gaio Petronio che la critica identifica con il Petronio Arbitro, vissuto al tempo di Nerone, e Le metamorfosi, meglio conosciute come L’asino d’oro, di Apuleio.

Per uscire dai confini delle civiltà occidentali e mediorientali, nell’antica India il romanzo ha con ogni probabilità il suo precursore nel Dashakumaracarita (Le gesta dei dieci principi), un ciclo di racconti in prosa di cui fu autore Dandin, vissuto tra il VI e il VII secolo d.C. Nella letteratura giapponese il primo vero romanzo viene identificato nel Genji monogatari (XI secolo) di Murasaki Shikibu.

Il romanzo cavalleresco in prosa e in versi – che trova la sua più alta espressione nelle opere di Chrétien de Troyes – e il genere narrativo comico francese del fabliau fiorirono in Europa durante il Medioevo, contribuendo allo sviluppo del futuro romanzo.

L’origine del romanzo propriamente detto viene però in genere messa in relazione con l’accentuazione delle componenti realistiche della narrazione, così come si verificò nella letteratura spagnola del XVI secolo, in particolare nel genere detto romanzo picaresco, dove il protagonista è appunto un pícaro, ovvero un vagabondo allegro e astuto, generalmente ricercato dalle guardie, che passa attraverso una serie di avventure, in parte realistiche e in parte ancora ispirate alle peripezie degli eroi della fiaba. Gli esempi più noti di romanzo picaresco sono l’anonimo Lazarillo de Tormes (1554) e la Vita del pícaro Guzmán di Alfarache (1599), di Mateo Alemán, spesso tradotta in italiano come Vita del furfante.

Nel 1605 e nel 1615 lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes pubblicò, in due distinte edizioni, quello che è unanimemente considerato il primo grande romanzo della letteratura occidentale, Don Chisciotte della Mancia. Vi si raccontano le avventure di un nobile decaduto di provincia che si appassiona follemente alle vicende narrate dai poemi cavallereschi, al punto da credere che siano realtà, e che si aggira per le strade assolate di Spagna alla ricerca delle più stravaganti imprese avventurose, che sono tuttavia la proiezione fantastica della sua mente folle.

In un certo senso, proprio attraverso il contrasto fra ideale e reale caratteristico del Don Chisciotte, il romanzo occidentale cominciò ad assumersi anche il compito di insegnare ai suoi lettori a comprendere la realtà specifica delle società in cui si trovano a vivere.

Un ulteriore progresso nella direzione di una più attenta rappresentazione della realtà attraverso l’analisi psicologica dei personaggi fu compiuto da Madame de La Fayette, autrice di La principessa di Clèves (1678). Nel Viaggio del pellegrino (1678-1684), John Bunyan descrive il mondo con grande acutezza, e i suoi personaggi riescono ad avere una tale evidenza che, anche se il libro era stato originariamente concepito come allegoria religiosa, lo si può agevolmente leggere come un romanzo realistico.

3.                  IL XVIII SECOLO E LA CRESCENTE FORTUNA DEL ROMANZO

Durante il XVIII secolo il romanzo divenne sempre più popolare, gli scrittori furono in grado di analizzare la società con sempre maggiore profondità e i romanzi rivelarono le condizioni di vita delle persone, schiacciate dai condizionamenti della società o impegnate a liberarsene.

3.1            I maestri del romanzo inglese

…omissis…

3.2            Lo sviluppo dei generi romanzeschi

Nel corso del XVIII secolo il genere romanzo, a seguito della grande diffusione e del successo di pubblico, andò sempre più differenziandosi in molteplici varianti o sottogeneri. Una caratteristica fondamentale del romanzo è infatti ciò che il critico russo Michail Bachtin ha definito “enciclopedismo”, la capacità cioè di assorbire al proprio interno ogni forma di sapere, ogni linguaggio e soprattutto ogni aspetto della realtà: la straordinaria novità del genere romanzo risiede nella sua plasticità e nel suo dinamismo, nel fatto di cambiare continuamente, contaminando e modificando anche i propri sottogeneri.

Fra i generi romanzeschi del XVIII secolo spicca quello allegorico-filosofico, che ebbe straordinari esempi nell’opera di Jonathan Swift e di Voltaire. Nei Viaggi di Gulliver (1726) Swift mescola il gusto comico del paradosso a una vigorosa vena satirica; con Candido o l’ottimismo (1759), di Voltaire, il romanzo diviene uno strumento di confutazione intellettuale di teorie pedagogiche, sistemi filosofici e ideologie politiche. Prettamente di impianto didattico-pedagogico è il romanzo Emilio o dell’educazione (1762) di Jean-Jacques Rousseau.

Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole è il primo esempio di romanzo gotico, cui fecero seguito altri capolavori del sottogenere, come I misteri di Udolfo (1794) di Ann Radcliffe, Il monaco (1796) di Matthew Gregory Lewis e Frankenstein (1818) di Mary Wollstonecraft Shelley. La tensione al gotico e all’orrore fu sempre molto viva nello sviluppo del romanzo, e negli ultimi anni si è anzi rinnovata, tanto da far sì che le horror stories siano oggi uno dei generi romanzeschi più frequentati.

Alla letteratura inglese si deve anche la paternità di un ulteriore genere romanzesco, che avrà nei secoli larga fortuna: il cosiddetto “romanzo d’ambiente”, che rappresenta con intenso sforzo di analisi psicologica i conflitti che nascono all’interno di chiusi contesti familiari o della circoscritta realtà di provincia. L’esponente più prestigiosa di questo genere fu Jane Austen, autrice di capolavori come Orgoglio e pregiudizio (1813) ed Emma (1816). Un tema costante del romanzo d’ambiente è, ad esempio, la conquista di un marito da parte di una giovane donna, una situazione che spesso serviva da pretesto per tracciare un percorso narrativo che metteva al centro il problema, ben più sostanziale, del raggiungimento di un’identità sociale della protagonista femminile.

Il modello narrativo del romanzo epistolare che, come abbiamo visto, fu inaugurato con successo dalla Pamela di Samuel Richardson, annovera nel Settecento altri importanti capolavori, come La nuova Eloisa (1761) di Jean-Jacques Rousseau (che allude fin dal titolo a un famoso archetipo del genere epistolare: il carteggio medievale tra Abelardo ed Eloisa), I dolori del giovane Werther (1774) di Johann Wolfgang von Goethe, Le relazioni pericolose (1782) di Pierre Choderlos de Laclos e Le ultime lettere di Jacopo Ortis (prima edizione, incompleta, 1798) di Ugo Foscolo.

4.                  IL XIX SECOLO E LO SVILUPPO DEL ROMANZO MODERNO

4.1            Il romanzo storico

Una delle caratteristiche del romanzo moderno è il valore conferito alla storia. All’inizio del XIX secolo la letteratura inglese fu dominata dalla figura dello scozzese Walter Scott, divenuto celebre con romanzi fra i quali Ivanhoe (1819), con cui Scott diede avvio al romanzo storico, il genere più diffuso nei primi decenni dell’Ottocento. Quasi tutti i massimi scrittori europei, fino al 1860 circa, vi si cimentarono.

Dall’influsso di Scott nacque il progetto di Alessandro Manzoni di scrivere un romanzo ambientato nella Lombardia secentesca e incentrato intorno alla contrastata storia d’amore di Renzo e Lucia, come recita il titolo I promessi sposi (1827, 1840). Il romanzo di Manzoni, di enorme portata innovativa per la scelta tematica di una vicenda che mette in scena personaggi umili, vessati dai soprusi dei potenti, e per il fondamentale lavoro di ricerca linguistica, si colloca come capostipite di tutta la tradizione romanzesca della letteratura italiana.

Negli anni Sessanta le Confessioni di un italiano (pubblicate postume nel 1867 ma scritte negli anni 1857-1858) di Ippolito Nievo diedero voce alla coscienza nazionale innestando elementi tipici del romanzo di formazione (vedi Bildungsroman) in un vasto affresco dell’Italia tra la fine della Repubblica di Venezia e il 1856.

Al romanzo storico si accostarono anche autori francesi, come Victor Hugo, Alexandre Dumas padre; tedeschi, come Gustav Freytag; statunitensi, come James Fenimore Cooper; britannici, come William Makepeace Thackeray, Anthony Trollope e George Eliot.

4.2            Gran Bretagna

Nella tradizione romanzesca inglese è stata sempre molto viva la tendenza alla critica sociale, attraverso l’impiego di quelle tecniche di caratterizzazione psicologica, che si erano già andate sviluppando nei classici della narrativa settecentesca. Charles Dickens realizzò la sua critica della società vittoriana non tanto per mezzo di una rappresentazione autenticamente realistica, quanto attraverso la feconda invenzione di personaggi comici e di situazioni presentate volta a volta con partecipazione sentimentale o con violenta polemica, ma sempre con la massima intensità emotiva.

Alcuni scrittori dell’età vittoriana replicarono polemicamente alle trasformazioni della rivoluzione industriale rifugiandosi in una poetica di idillica rappresentazione della vita rurale. Cime tempestose (1847) di Emily Brontë è un dramma appassionato che rappresenta il conflitto fra due opposti modi di essere, simbolicamente incarnato dal violento contrasto fra le burrasche invernali e il sole dell’estate. Jane Eyre (1847) di Charlotte Brontë, sorella di Emily, stupisce ancora per la rivelazione dell’animo di una giovane donna, dotata di ardore spirituale e intellettuale e consapevole del suo valore, che vorrebbe avere un rapporto paritario con l’uomo che ama.

Particolarmente lirica è la rappresentazione degli stati psicologici dei personaggi nei romanzi di Thomas Hardy: in Tess dei d’Urbervilles (1891) e Giuda l’oscuro (1895) Hardy descrisse la tragedia dell’umanità, interpretandola come la sconfitta dei migliori impulsi degli esseri umani di fronte alle forze di un destino ostile e malevolo.

4.3            Francia e Italia

Decisivo nella storia del romanzo moderno è il contributo degli scrittori francesi Stendhal e Honoré de Balzac. I protagonisti dei romanzi di Stendhal, e particolarmente dei suoi due capolavori, Il rosso e il nero (1830) e La Certosa di Parma (1839), rappresentano un nuovo tipo di eroe, che tenta di uscire da condizioni di disparità sociale, stimolato dalle nuove opportunità rese possibili dal dinamismo del periodo napoleonico. Stendhal fu un autentico maestro nella rappresentazione della psicologia dell’amore, dell’ambizione e della sete di potere. Balzac divenne lo storico, ma anche il sociologo e lo psicologo, della Francia del suo tempo: nella monumentale sequenza di 47 romanzi che formano nel loro insieme La commedia umana (1831-1848), offre uno straordinario ritratto di una società segnata da ambizioni spietate, popolata da arrampicatori sociali e da imprenditori senza scrupoli, volti allo sfruttamento selvaggio delle risorse economiche e finanziarie.

La generazione successiva dei romanzieri francesi manifestò un forte interesse verso il romanzo, inteso da un lato come forma artistica fine a se stessa e dall’altro come strumento quasi scientifico per lo studio della società. Lo scopo di Gustave Flaubert, in romanzi come Madame Bovary (1857) e L’educazione sentimentale (1863-1869), era quello di rappresentare la realtà quotidiana impiegando lo stesso senso classico della forma e dell’esattezza stilistica che aveva caratterizzato la grande poesia epica. Convinto che il romanziere dovesse avere nei confronti dei propri argomenti la stessa oggettività di uno scienziato verso i propri esperimenti, Flaubert insegnò come nessun argomento in arte sia di per sé buono o cattivo: quello che importa è solo la forma, il modo in cui il tema viene costruito all’interno del testo.

All’ammirazione di Flaubert per gli scienziati fece eco quella di Emile Zola che, rifacendosi alla filosofia del positivismo, concepì il romanzo come una sorta di laboratorio sperimentale, in cui però oggetto dell’esperimento fossero le persone reali. In particolare Zola teorizzò il suo metodo rappresentativo definendolo “naturalismo”, e assegnando al narratore il compito di analizzare gli effetti dell’ereditarietà, dell’ambiente sociale e del momento storico.

Al modello del naturalismo di Zola si sarebbe rifatto anche il verismo italiano che, teorizzato da Luigi Capuana, ebbe nei romanzi I Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889) e nelle novelle Vita dei campi (1880) e Novelle rusticane (1883) di Giovanni Verga le sue opere maggiori.

4.4            Stati Uniti

Uno dei primi grandi romanzieri statunitensi, Nathaniel Hawthorne, sosteneva che le condizioni di vita in America rendevano impossibile la realizzazione di qualcosa di simile al romanzo inglese. In effetti il romanzo americano tende spesso al simbolo e all’allegoria, se non addirittura al mito: nella Lettera scarlatta (1850) Hawthorne esplorò sottilmente la natura del peccato e le dinamiche della coscienza puritana; Herman Melville, con Moby Dick, o la balena bianca (1851), compose una grande epopea che, dietro al più immediato significato dell’avventurosa vicenda di mare e di caccia alle balene, rivela una simbolica tensione ad affermare verità universali sul destino dell’uomo.

Di tutt’altro tono sono Le avventure di Huckleberry Finn (1884), capolavoro del comico e dell’ironia nel quale Mark Twain rappresentò i vizi di una società troppo compiaciuta di sé. Il romanzo mostrava anche quanto potesse essere espressivo l’inglese del Nuovo Mondo e diede un fondamentale contributo alla nascita di uno stile letterario che fosse unicamente americano.

Sebbene meno sicuri della propria capacità di cogliere le dinamiche sociali, i romanzieri americani non ignoravano certo i grandi cambiamenti in corso nelle strutture della società del loro tempo. Basti ricordare ad esempio, accanto a Mark Twain, uno scrittore come Theodore Dreiser, autore di Una tragedia americana (1925). Henry James si rivolse invece, per le sue ambientazioni, all’Europa, partendo da presupposti teorici molto vicini alle riflessioni di Flaubert sul romanzo, a cominciare dal suo capolavoro, Ritratto di signora (1881).

4.5            Russia

In Russia il romanzo divenne un’arma contro la dispotica censura zarista e uno strumento di libera espressione etica, filosofica e politica. Nikolaj Gogol’ attaccò l’istituzione della servitù della gleba e satireggiò i personaggi tipici della provincia e della burocrazia in Le anime morte (1842). Fëdor Dostoevskij affermò che “la natura umana è definita dai suoi estremi”, e sulla base di questo principio divenne nei suoi romanzi un impareggiabile psicologo di personaggi anomali, disperati, esclusi dalla società: Delitto e castigo (1866), L’idiota (1868), I demoni (1871-72) e I fratelli Karamazov (1879-80) ebbero un influsso profondo e duraturo non solo sulla letteratura, ma anche sul pensiero contemporaneo.

Ivan Turgenev, in romanzi come Padri e figli (1862) e Terra vergine (1877), descrisse la condizione di oppressione in cui versavano i ceti contadini e i conflitti generazionali di un paese che già covava in sé i germi della grande rivoluzione del secolo seguente.

Scrittore grandissimo, paragonabile per la forza delle sue rappresentazioni a Dostoevskij, fu Lev Tolstoj, che non ebbe rivali nella rappresentazione degli istinti e degli affetti umani in capolavori assoluti come Guerra e pace (1865-1869) e Anna Karenina (1875-1877), in cui cercò di raggiungere il significato profondo della vita.

4.6            Il romanzo italiano fra Otto e Novecento

Dopo il periodo verista, la letteratura italiana visse un’epoca di profonda crisi della narrativa, la cui tradizione, già debole per motivi storici, venne ulteriormente compromessa dalle scelte antinarrative della letteratura decadente. Ciò nonostante, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, sempre maggiori furono le influenze delle grandi letterature europee e dei grandi autori d’avanguardia. Già uno scrittore come Gabriele d’Annunzio, che nel Piacere (1889) aveva ancora conservato una relativa linearità d’intreccio, attraverso opere come Trionfo della morte (1894) e Il fuoco (1900) giunse a una vera e propria negazione del romanzo.

Più profondo e più moderno fu il percorso di Luigi Pirandello, che riuscì a equilibrare spinte sperimentali e narratività in un romanzo fondamentale come Il fu Mattia Pascal (1904). Intenzionalmente frammentaria, saggistica e antiromanzesca fu invece un’opera come Uno, nessuno e centomila (1926), cui lo scrittore siciliano affidò il compito di riassumere la propria sconsolata visione del mondo.

Ai margini dell’ufficialità letteraria nazionale, intanto, il triestino Italo Svevo compiva un personalissimo cammino, che lo avrebbe portato nella sua opera narrativa a corrodere dall’interno la tradizione naturalistica, attraverso l’invenzione di eroi inetti che, dopo i romanzi Una vita (1892) e Senilità (1898), avrebbero trovato la loro massima realizzazione in La coscienza di Zeno (1923), libro fondamentale della letteratura europea del Novecento.

Merita di essere ricordato almeno un altro narratore italiano di questo periodo, Federigo Tozzi, il quale, attraverso uno stile solo apparentemente legato ai modelli naturalistici, diede forma a originali rappresentazioni narrative delle dinamiche profonde della psiche umana: una poetica di cui l’espressione più compiuta è probabilmente il romanzo Con gli occhi chiusi (1919).

5.                  IL PRIMO NOVECENTO: LA RIVOLUZIONE NARRATIVA

Nuove tematiche a forte connotazione psicologica e filosofica, nonché originalissime tecniche narrative, vennero sviluppate a un livello straordinario di complessità e profondità da quattro scrittori, che segnarono in maniera determinante lo sviluppo della narrativa occidentale nei primi decenni del XX secolo: il francese Marcel Proust, l’irlandese James Joyce, l’ebreo praghese di lingua tedesca Franz Kafka e l’austriaco Robert Musil.

Nei sette volumi che compongono il ciclo romanzesco di Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927), Proust compì una delle più ambiziose imprese della letteratura di tutti i tempi. Nel contesto di una società sottoposta a un profondo cambiamento sociale, che assiste al definitivo declino del mondo aristocratico, egli analizzò minutamente le dinamiche della psicologia amorosa e i meccanismi della memoria, cogliendo insieme la relatività della dimensione temporale e la possibilità per ogni uomo, attraverso gli incontrollabili meccanismi della memoria involontaria, di rivivere l’essenza stessa del proprio passato: un compito che si identifica con la ricerca della verità che è propria della letteratura.

Ulisse (1922) di Joyce riprende il modello narrativo dell’Odissea di Omero, anche se la sua azione è circoscritta a quanto accade nell’arco di una sola giornata nella Dublino contemporanea. Una delle caratteristiche più originali della scrittura di Joyce è l’impiego sistematico delle tecniche del monologo interiore e del flusso di coscienza, attraverso le quali l’autore rappresenta, per così dire, “in presa diretta” lo scorrere incessante e spesso informe dei pensieri, delle percezioni, delle associazioni mentali consapevoli e inconsapevoli dei personaggi.

Un peso decisivo nell’evoluzione delle tecniche romanzesche spetta anche a Franz Kafka, che in romanzi come Il processo (1925) e Il castello (1926) piegò tecniche della narrativa fantastica a rappresentazioni costruite con minuziosa verosimiglianza e allo stesso tempo caratterizzate da un angosciante senso dell’assurdo e da inquietanti trasfigurazioni oniriche: le private ossessioni psicologiche dell’autore si trasformano in densi simboli del destino umano, in un mondo privo di dei e oppresso da misteriose, incombenti presenze superiori.

Anche l’incompiuto, colossale romanzo di Robert Musil intitolato L’uomo senza qualità (1930-1933, ma altri quattordici capitoli già rivisti dall’autore furono pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel 1942) è uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento. Mescolando narrazione e riflessione saggistica, Musil sconvolse le tradizionali tecniche romanzesche, costruendo una grande metafora dell’aspirazione dell’uomo alla totalità, e insieme dell’impossibilità di raggiungere una verità che non sia provvisoria e parziale.

5.1            Germania e Austria

Relativamente più vicine ai modelli romanzeschi dell’Ottocento sono le opere del tedesco Thomas Mann, fra cui I Buddenbrook (1901), La montagna incantata (1924) e Doctor Faustus (1947): romanzi in cui si trovano insieme analisi psicologica e rappresentazione simbolica dei grandi temi culturali e filosofici dell’Europa moderna. Fra gli autori di lingua tedesca di questo periodo si ricorda anche Hermann Hesse, scrittore d’ispirazione filosofica, autore di romanzi come Siddharta (1922), destinato a diventare un piccolo ma duraturo mito fra i giovani di tutto l’Occidente, e Il lupo della steppa (1927).

Ancora più importante è uno scrittore dallo stile espressionistico come Alfred Döblin: il suo romanzo Berlin Alexanderplatz (1929) è sicuramente uno dei capolavori della letteratura europea fra le due guerre. Sopravvissuti, come Musil, alla disintegrazione dell’impero austroungarico, Hermann Broch e Joseph Roth rappresentarono con differente sensibilità nei loro romanzi lo sfaldarsi della vita spirituale e della civiltà europea.

5.2.            Gran Bretagna

I primi decenni del Novecento furono anni di profonda e decisiva evoluzione del romanzo. Virginia Woolf sviluppò le tecniche del monologo interiore e della cosiddetta prospettiva ristretta (dove il racconto è costruito dal punto di vista dei personaggi che vivono le vicende rappresentate) in romanzi come La signora Dalloway (1925) e Gita al faro (1927).

Erede per molti versi di Henry James, ma anche della tradizione ottocentesca, fu Edward Morgan Forster, che rappresentò i conflitti tra ceti sociali e culture diverse in romanzi d’ambiente ricchi di ironia e simbolismo, come Casa Howard (1910) e Passaggio in India (1924).

L’esempio di Henry James ebbe grande influsso sugli scrittori di lingua inglese di questo periodo: tra gli altri spicca l’originale personalità di Joseph Conrad, di origine polacca, che navigò per vent’anni in Estremo Oriente su navi britanniche, prima di concepire romanzi dall’avvincente forza narrativa, ma al contempo densi di simboliche evocazioni: Lord Jim (1900), Cuore di tenebra (1902) e Nostromo (1904). Conrad si colloca però, sia per temperamento sia per atteggiamento filosofico, ai margini della letteratura inglese a lui contemporanea.

In quegli anni si stavano diffondendo rapidamente le scoperte della psicoanalisi, che gettava una nuova luce sulle motivazioni profonde dell’apparente irrazionalità dei comportamenti umani. In particolare, un romanzo come Figli e amanti (1913) di David Herbert Lawrence sembrò offrire una sorta di prova narrativa della fondatezza del concetto freudiano di complesso di Edipo; Lawrence si dedicò in seguito soprattutto all’esplorazione della dimensione psicologica e sensuale della femminilità, nei romanzi L’arcobaleno (1915), Donne in amore (1920) e L’amante di Lady Chatterley (1928).

5.3            Francia

Sull’esempio di Proust, la narrativa francese approfondì la rappresentazione della memoria e della percezione dello scorrere del tempo, per quanto deformata dalla soggettività del ricordo. Ma un grande tema della letteratura francese di quegli anni fu anche l’adolescenza, nella sua aspirazione a una verità assoluta e nel suo conflitto con il mondo degli adulti. Su questa strada si posero, fra gli altri, Alain Fournier (Il grande Meaulnes, 1913), Raymond Radiguet (Il diavolo in corpo, 1923), André Gide (I falsari, 1925), Jean Cocteau (I ragazzi terribili, 1929).

In una direzione esistenzialista si mossero scrittori come André Malraux (La condizione umana, 1933), Jean-Paul Sartre (La nausea, 1938) e Albert Camus (La peste, 1948). Problemi religiosi e analisi psicologica, nel quadro della provincia francese, caratterizzano invece la narrativa di François Mauriac (Nodo di vipere, 1932).

5.4            Italia

Anche in Italia il periodo fra le due guerre registrò una vigorosa rinascita del romanzo. Molto scrisse in quegli anni Carlo Emilio Gadda, che fra il 1938 e il 1941 pubblicò sulla rivista “Letteratura” il romanzo La cognizione del dolore (scritto nel 1936). Un altro capolavoro gaddiano, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, uscì dopo la guerra, nel 1957. Se Gadda elaborò un linguaggio di eccezionale varietà e complessità, Alberto Moravia inaugurò nel suo libro d’esordio, Gli indifferenti (1929), da molti considerato la sua opera maggiore, un modello narrativo pressoché opposto, caratterizzato da un programmatico grigiore, nello sforzo di rendere anche stilisticamente lo squallore dell’Italia fascista.

Non pochi scrittori italiani in quegli anni cercavano di elaborare un tipo di romanzo che sapesse conservare anche la densità stilistica caratteristica della poesia, fondendo racconto e tensione simbolica: Conversazione in Sicilia (1941) di Elio Vittorini racconta un viaggio picaresco, lirico e simbolico verso le proprie origini materiali e spirituali. In una direzione analoga si mosse anche la narrativa di Cesare Pavese, elaborata negli anni Trenta, anche se le sue opere più importanti, quali La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950), uscirono solo nel dopoguerra.

5.5            Stati Uniti

La narrativa americana della prima metà del secolo fu dominata da un’interpretazione della società che privilegiava un’ottica riformista, quando non rivoluzionaria. I romanzieri statunitensi denunciarono le ingiustizie sociali, come fece Upton Sinclair (La giungla, 1906), oppure rappresentarono la corruzione provocata dalle regole della competizione capitalistica, come fecero Sinclair Lewis (Strada maestra, 1920; Babbitt, 1922), John Dos Passos (con la trilogia U.S.A., composta da 42° parallelo, 1930; 1919, 1932; Un mucchio di quattrini, 1936), John Steinbeck (Furore, 1939), Richard Wright (Paura, 1940; Ragazzo negro, 1945), che rappresentò il problema dei neri americani a partire dall’esperienza autobiografica.

Francis Scott Fitzgerald elaborò uno stile modulato su un uso sapiente del linguaggio colloquiale; in romanzi come Il grande Gatsby (1925) o Tenera è la notte (1934) seppe trascendere le vicende individuali e dare corpo al sogno americano in una certa fase della sua storia. Un’originale reinterpretazione di un vitalismo dalle lontane radici decadenti è quella dei romanzi di Ernest Hemingway, Il sole sorge ancora (1926), Addio alle armi (1929), Per chi suona la campana (1940). Fortemente sperimentale è invece la narrativa di William Faulkner, che adottò sistematicamente il monologo interiore in romanzi come L’urlo e il furore (1929) e Santuario (1931).

6.                  IL SECONDO NOVECENTO

Nella narrativa americana del dopoguerra, un ruolo molto importante spetta a un gruppo di scrittori ebrei, soprattutto newyorkesi, con una cultura fortemente radicata in quella europea: fra loro, Saul Bellow (Le avventure di Augie March, 1953; Il re della pioggia, 1959); Bernard Malamud (L’assistente, 1957); Philip Roth (Il lamento di Portnoy, 1969). Un realismo violentemente satirico è la caratteristica dominante dei romanzi di Norman Mailer (Il nudo e il morto, 1948), che per qualche tempo aderì alla Beat Generation, il movimento che trovò una sorta di manifesto nel romanzo Sulla strada (1957) dello statunitense di origine francocanadese Jack Kerouac. Fra gli esponenti della Beat Generation il narratore più dotato fu probabilmente William Burroughs, autore di Il pasto nudo (1959).

Non pochi narratori, soprattutto nell’ambito della letteratura di lingua inglese, si accostarono ai modelli della narrativa di consumo. Così accadde ad esempio per i romanzi dell’inglese Graham Greene, che in Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) seppe innestare in intrighi avventurosi, prevalentemente di spionaggio, personaggi di peccatori a caccia della salvezza, alle prese con un Dio esigente ma anche amoroso.

Negli Stati Uniti scriveva anche il russo emigrato Vladimir Nabokov, che divenne famoso con Lolita (1955). Un altro russo, Boris Pasternak, perseguitato dallo stalinismo, riuscì a far giungere in Occidente la sua opera maggiore e destinata a diventare un successo mondiale, il romanzo Il dottor Zivago (1957), in cui si affronta il problema dei rapporti fra le vicende personali e gli eventi politici.

Nella seconda metà del Novecento sono state messe radicalmente in discussione le regole base della narrativa. In particolare la scuola francese del Nouveau Roman, o “scuola dello sguardo”, ha puntato la sua attenzione soprattutto sulle relazioni fra gli uomini e le cose, assorbendo il racconto in una descrizione programmaticamente frammentaria. L’autore più rilevante di questa scuola è probabilmente Alain Robbe-Grillet, autore di La gelosia (1957). Solo parzialmente assimilabile al Nouveau Roman è invece la complessa sperimentazione di un narratore come Claude Simon (La strada delle Fiandre, 1960).

Notevoli risultati ha raggiunto l’assidua ricerca linguistica di Raymond Queneau, già iniziata negli anni Trenta e culminante nei romanzi Zazie nel metrò (1959) e I fiori blu (1965). Un ritorno di leggibilità e di narratività, ma costruito su un complesso impianto metanarrativo, caratterizza invece La vita: istruzioni per l’uso (1978) di Georges Perec, definito da alcuni critici il romanzo francese più importante del dopoguerra.

La narrativa italiana degli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale fu caratterizzata dal movimento neorealista, di cui uno dei massimi risultati è il romanzo Cronache di poveri amanti (1947) di Vasco Pratolini. In una direzione molto diversa si mosse la complessa parabola narrativa di uno scrittore come Italo Calvino, vicino al neorealismo nel romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), poi impegnato a costruire nuove ipotesi narrative, attraversando i territori dell’allegoria, del fantastico, del fantascientifico, del metanarrativo, fino alle ultime sperimentazioni a metà tra la narrativa e la saggistica: la sua ricchissima parabola di romanziere va dalla trilogia dei Nostri antenati (1952-1959) alle Cosmicomiche (1965), da Le città invisibili (1972) a Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979).

Notevole scrittrice fu Elsa Morante, che con Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957) e La storia (1974) scrisse romanzi di impianto quasi ottocentesco per la ricchezza degli intrecci benché saldamente inseriti nella cultura del Novecento.

Il romanzo italiano diede, negli anni Sessanta, esiti di buona diffusione commerciale – fenomeno inedito per l’Italia – soprattutto con le opere di Carlo Cassola (La ragazza di Bube, 1960) e Giorgio Bassani (Il giardino dei Finzi-Contini, 1962), mentre costituì un clamoroso caso letterario la pubblicazione postuma del Gattopardo (1958) del principe siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E proprio la Sicilia ha dato vita a un filone della narrativa cui appartengono scrittori come Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta, 1961; A ciascuno il suo, 1966; Todo modo, 1974), Vincenzo Consolo (Il sorriso dell’ignoto marinaio, 1976) e Gesualdo Bufalino (Diceria dell’untore, 1981).

Negli ultimi decenni ha acquistato grande rilievo la narrativa sudamericana, tesa a mediare tra sperimentalismo e narratività: in particolare il brasiliano Joâo Guimarâes Rosa (Grande Sertão, 1956), il colombiano Gabriel García Márquez (Cent’anni di solitudine, 1967), il messicano Carlos Fuentes (La morte di Artemio Cruz, 1962), il peruviano Mario Vargas Llosa (La città e i cani, 1962), l’argentino Julio Cortázar (Il gioco del mondo, 1963), il cubano José Lezama Lima (Paradiso, 1966).

Esiti interessanti ha dato recentemente anche la narrativa postcoloniale dell’Africa e del subcontinente indiano; fra tutti gli autori si ricorda Salman Rushdie, di origine indiana, che con I figli della mezzanotte (1981) e Versi satanici (1988) ha dato prova di grande originalità, sia nella costruzione degli intrecci, frutto di una sorprendente fantasia, sia nella feconda contaminazione della lingua inglese con espressioni indiane

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2 commenti »

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    Commento di Dr Drum reviews — 28 novembre 2012 @ 16:59 | Rispondi

    • Thank you

      Commento di Roberto Ferraris — 29 novembre 2013 @ 01:04 | Rispondi


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