Marlow aveva un sogno sin da bambino, quello di attraversare un fiume. Una volta adulto finalmente riuscì a realizzarlo. La storia inizia proprio con lui che racconta un viaggio intrapreso tempi addietro lungo il fiume Congo.
Lavorava per una compagnia e si occupava di trasporti di avorio; i suoi ricordi sono inquietanti: per una persona normale certe situazioni e i modi di fare di alcune persone sono inconcepibili. Giunto a destinazione non trova l’uomo che lo avrebbe dovuto ricevere, il signor Kurtz, ma la realtà gli si presenta davanti come un lampo a ciel sereno: viene catapultato in un mondo di cui non sapeva l’esistenza. L’unica cosa che lo spinge a proseguire il suo viaggio è il desiderio di poter conoscere e di parlare con Kurtz.
Quest’ultimo era caduto nelle “tenebre”, prigioniero degli indigeni, da loro venerato e costretto a macabri riti al punto che lui stesso credeva di essere un Dio. Marlow dovette lottare parecchio per ricondurlo alla normalità, al mondo occidentale: non voleva tornare e tanto meno gli indigeni volevano lasciarlo andare.
Kurtz gravemente malato muore, Marlow decide di non abbandonare il corpo ma di portarlo con se. L’ultima parola detta da Kurtz prima di morire esprime tutto ciò che ha vissuto in quella giungla: “orrore”.
Un romanzo che ti trascina in quella che è la realtà del colonialismo; angoscianti alcune descrizioni, ma nel complesso intrigante e riflessivo…
Alessia Bauducco