Prima che una crisi buia e dolorosa mettesse in ginocchio l’economia, esisteva un mondo di feste e lustrini. Bianco come le mura di una grande villa, rosa come le stanze al suo interno. Fatto di flute di cristallo, lunghi abiti e bella gente indistinta. Le loro sagome, i loro visi diversi ad ogni festa, risultavano poi però sempre uguali. Sempre tutti assonnati dal grigiore di una vita vacua. Intenti ad arricchirsi abbellirsi, per cosa poi? Pavoneggiarsi nelle serate da loro stessi organizzate.
Il libro di Fitzgerald parla, sempre mantenendo il suo stile chiaro e descrittivo, di quelle persone ricche che poi qualche anno dopo rischieranno di perdere tutto nel Grande Crollo delle borse. In questo mondo dell’Est degli Stati Uniti si muove il grigio impiegato Nick, colto, di ceto medio, a mio avviso anche un po’ scostante e troppo sicuro di sé. Arrivato dall’Ovest con qualche piccolo peccatuccio da nascondere e poi inghiottito dal mondo scintillante presentatogli dal suo vicino di casa: Gatsby. Il passato oscuro e travagliato di quell’affascinante signore getta Nick in un marasma di situazioni, sentimenti e conoscenze nuove e travagliate. I personaggi di Fitzgerald prendono vita con facilità rendendo il libro fluido e palpabile l’atmosfera afosa di quell’estate del 1922.
Virginia Giovani